La mia storia

Fabrizio

Nato a Genova, Varazzino di adozione, 32 anni e ho una grande passione, il surf, che non ha mai ceduto, nemmeno nei momenti difficili, anzi, è stata proprio questa passione a darmi la forza di accettare questa sfida. Avrei dato la vita per aver la possibilità di rientrare in mare, per rivivere quei momenti unici in cui mi sentivo bene, per ritrovare un po’ di quell’adrenalina, e rivivere quelle sveglie all’alba, quelle serate con amici il giorno prima di entrare in acqua e ritornare a quello stile di vita.

Ho iniziato a fare surf piuttosto tardi all’età di 13 anni, prima non avevo avuto la fortuna di conoscere questo sport. Poi, quando mi sono spostato da Genova a  Varazze, ho visto delle foto sul muro di un bar frequentato da surfisti che sono diventati non solo i miei idoli, ma anche grandi amici. Ci ho messo poco a capire che era quella la passione che dovevo seguire, era proprio quello che volevo fare quello che mi avrebbe fatto sentire completo.

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Così ho iniziato come ‘free surfer’, apprendevo molto velocemente; un tempo si poteva solo prendere spunto da i più grandi, non c’era internet come ora, c’erano ancora le videocassette, i primi film di surf si dovevano ordinare dall’estero (ricordo di aver visto e rivisto Un mercoledì da leoni fino alla nausea, come tutti in quel periodo!).

Ero il più giovane nel mio spot insieme a Fabio Giusto, grande amico e fantastico surfer, apprendevamo molto più velocemente di tutti gli altri, un po’ perché eravamo i più giovani e un po’ perché eravamo delle piccole teste matte senza paura di niente, due ribelli.

10799798_10205268422500019_402028958_n Abbiamo iniziato a fare qualche gara insieme anche se in  realtà a noi non esaltava eseguire delle manovre su un’onda per un punteggio, ma preferivamo spaziare nel  nostro, per il divertimento di farlo. Arrivavamo sempre tra i  primi posti nelle gare, e Fabietto sempre un passo avanti a  me. A 16 anni ho partecipato ai miei ultimi campionati  italiani: io sono arrivato 5º e Fabietto 3º. Quella sconfitta mi aveva motivato a riprovarci l’anno dopo e così mi ero allenato tantissimo, raggiungendo un livello di gran lunga superiore all’anno precedente. Era il 2000 e finalmente potevo dire di saper fare surf.

Pochi mesi prima della gara ho avuto un incidente in moto con una mia amica dove ho perso una gamba. Fortunatamente la mia amica non si era fatta niente di grave. Lì è iniziato il calvario: il giorno del mio 18º compleanno, il 9 settembre, mi è stato detto che mi avrebbero amputato la gamba. Sono seguiti anni di ospedale, tra infezioni, riabilitazione, e ancora infezioni. Per un anno e mezzo non ho potuto indossare una protesi, ma la mia sofferenza più grande era quella di non poter rientrare in mare.

421736_3216212814132_1677534318_nPoi finalmente, in Svizzera, grazie a un grande luminare di nome Sebastiano Martinoli, (da lui ha preso il secondo nome mio figlio), le infezioni sono cessate. Con una pulizia all’osso e semplice acqua di mare il professore Martinoli è riuscito a restituirmi intatta la metà dell’articolazione che mi resta (la mia amputazione finisce a metà rotula, cioè mi permette solo il 60 per cento o poco più di piegamento). Ho ripreso a camminare praticamente normalmente, e ho ripreso una vita normale, anche professionalmente ho avuto molte soddisfazioni come chef in Italia, in Vietnam, Laos Cambogia e Thailandia.

IMG_1272 slash history croppedNel frattempo, in un modo o nell’altro, cercavo di entrare i mare con ogni mezzo possibile: facevo body board, e usavo protesi di resina con piedi fissi che continuavo a perdere in mare. E più il mare era grosso e più mi intestardivo e ci riprovavo, ma a volte la frustrazione mi distruggeva. Per anni avevo gli incubi.

Poi sono tornato in Italia dove ho avuto una storia importante che mi ha dato un figlio. Mio figlio è diventato la mia priorità e ha preso il posto del mare, colmando un vuoto. Filippo, la persona più importante della mia vita, il mio angelo, a cui potevo trasmettere questa passione per il surf e per il mare, l’unica eredità che avrei potuto lasciargli. Tuttavia all’inizio questa passione ha suscitato l’effetto opposto in Filippo, che vedeva anche quanto soffrivo.

DSC_0247 2La vita continuava normalmente finché per un errore protesico -una gamba fuori asse- mi è tornata un’infezione al ginocchio per quasi un anno. Ho lottato per non subire un’amputazione di coscia fino all’inguine: 8 mesi di iperbarica, 3 flebo antibiotici al giorno, tempi di attesa lunghissimi, un sistema sanitario poco agile, dottori incuranti, ortopedici che mi chiedevano “a cosa sarebbe servito intanto quel pezzo di ginocchio?”, non credendo che sarei tornato a camminare, figuriamoci fare surf.

Nonostante il dolore fosse forte, mi sono comprato una muta e di mia iniziativa andavo a nuotare tutti i giorni per riabilitare la gamba e in palestra, continuando sempre con antibiotici in endovena. E il ginocchio migliorava, quasi miracolosamente. Allora insieme alla dottoressa Carrega, specializzata in infettivologia, che mi conosceva e sapeva quanto ero attivo prima di questa ricaduta, abbiamo chiesto una protesi per ricominciare ad appoggiare la gamba, ma il centro protesi si è rifiutato “per non prendersi la responsabilità”; proprio detto da loro, quelli che mi avevano messo in quelle condizioni.

DSC_0805_434 2Un giorno, con mio figlio e mio padre, in un attimo di pazzia ho preso una protesi vecchissima per camminare a cui mancavano pezzi e mi sono fasciato la gamba fino al bacino con lo scotch e sono entrato in mare: come in un sogno mi sono alzato e ho preso due onde. Felice, ho detto a mio figlio: “Arriverà il giorno che saremo solo tu, io e il mare.”

Così mi sono fatto costruire una protesi per entrare in mare e sono partito per Bali. La prima settimana è stato tutto perfetto: ho ripreso a fare surf, non bene come prima, ma come se avessi due gambe. Ma dopo un breve periodo questa protesi ha iniziato a spaccarsi pezzo dopo pezzo; io la riparavo ogni giorno, e ci volevano ore.

DSC_0372 2Grazie alla forza, la pace e l’amicizia dei local di Bali ho continuato in questa impresa surfando gli spot più grossi e assurdi del posto, prendendo un’infinità di facciate, ma vivendo tanti momenti di magia.

Lì ho incontrato molte persone speciali, tra cui il mio amico darma (boss) “The Legend”, che insieme alla mia ragazza e altri amici mi hanno supportato giorno dopo giorno. E lì ho incontrato Wafi, il bimbo che ha preso il mio cuore, che per un tragico incidente si era ritrovato le gambe ustionate, di cui una ridotta in condizioni gravissime.

boss ccOrmai entrato a far parte di quella famiglia e di quella vita, ho cercato di fare il possibile per aiutarlo a guarire al più presto e tornare in piedi. Ho lanciato una raccolta fondi per tra i miei amici e moltissime persone di cuore hanno aderito. Addirittura a Varazze sono stati organizzati centri di raccolta e grazie alla generosità di tutti, Wafi ha potuto fare i primi interventi e la sua condizione è migliorata, ma la strada è ancora lunga. In cambio, l’incontro con Wafi e la sua famiglia mi ha ridato una grande forza per seguire nel mio obiettivo di tornare a surfare.

Sto cercando uno sponsor che mi supporti in questa nuova sfida e che mi dia la possibilità di allenarmi e di dimostrare che posso tornare a sentire quella magia sulla tavola, per me, per Filippo, per la mia nuova famiglia e per chi come me ha trovato non solo delle porte chiuse ma dei portoni da abbattere.

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